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17:23 11 marzo 2009
| testorp
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Lo so che può apparire una provocazione eppure non lo è.
Autodisciplina non è solo da parte dei pescatori ma anche i consumatori possono fare molto.
Ho fatto un giro sul sito della SlowFood (si sono goloso, mi piace mangiare e bere bene) però se date una scorsa a quanto dicono in un certo modo si riallaccia al nostro discorso, chi a detto che non si possono fondere le iniziative
http://www.slowfish.it/pagine/…..fish.lasso
CIAO CIAO
PAOLO
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19:04 11 marzo 2009
| Beppe
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| Amministratore
| messaggi70 |
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Ultimo aggiornamento messaggio: ore 18:05 – 11 March 2009 | autore: Beppe
Magari fonderci con Slow Food 
Anche solo con-fonderci!!!!
Ci vorrebbe chi ha gli agganci giusti, e la testa giusta, ed uno ci sarebbe, peccato che non è un aderente di AD e mai lo sarà perchè fortemente pervaso da fobia predatoria, vero Piero???…
Cmq io ho l'ufficio a 100 mt dalla sede internazionale di Slow Food, se c'è da andare a proporre qualcosa…
Saluti
Beppe S.
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21:37 11 marzo 2009
| Laura
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C'è un motivo principale per il quale secondo me non ha senso: io sono un pescatore ricreativo e come tale voglio essere riconosciuto e valorizzato come pedina in un sistema socio-economico di pesca. Slow food dice bene, per mantenere il piacere occorre tutelare le risorse… ma il piacere citato da slow food lo fornisce la pesca professionale. Siamo d'accordo sul principio di necessità di incremento degli stock, ma non mischiamo due realtà di pesca completamente differenti (ricreativa e professionale) che hanno funzione sociale differente pur fruendo della stessa risorsa.
Slow food accede a tantissimi fondi, per carità nessuno lo mette in dubbio, ci si potrebbero fare un sacco di cose buone, ma la strada deve secondo me essere propria della pesca ricreativa, trovare essa stessa il modo ad accedere a fondi per tutelare, per fare formazione, per commissionare studi e ricerche.
Quindi in soldoni… io dico no… chiamatelo pure slow… ma va ad ingrassare sempre le solite pance. 
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14:42 13 marzo 2009
| testorp
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LAURA, apprezzo la tua opinione, più di BeppeS che pensa solo a riempirsi la pancia .
Quello che ho trovato interessante, anche se l'obiettivo finale è diverso è che anche i professionisti cominciano a sentire certe esigenze, forse in dose maggiore della nostra, considera che comunque sfruttiamo entrambe la stessa risorsa, l'acqua.
Potrebbe essere interssante invece fare qualcosa insieme per poter usufruire di quei fondi e iniziare studi pilota, tutta l'acqua non possiamo pensare, immaginare di salvare, magari si possono creare angoli di paradiso.
CIAO CIAO
PAOLO
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17:47 13 marzo 2009
| Laura
| | Genova | |
| Junior | messaggi95 |
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testorp ha detto:
Quello che ho trovato interessante, anche se l'obiettivo finale è diverso è che anche i professionisti cominciano a sentire certe esigenze, forse in dose maggiore della nostra, considera che comunque sfruttiamo entrambe la stessa risorsa, l'acqua.
Potrebbe essere interssante invece fare qualcosa insieme per poter usufruire di quei fondi e iniziare studi pilota, tutta l'acqua non possiamo pensare, immaginare di salvare, magari si possono creare angoli di paradiso.
Da questo punto di vista concordo, cioè concordo sul buono che deriva dal fatto che anche i professionisti (ristoratori etc…) iniziano a sentire determinate esigenze. D'altronde non c'è più molto da spremere in fatto di risorse di pesca nel Mediterraneo e prima o poi se ne accorgeranno anche quelli che continuano ad agevolare e sostenere la pesca professionale così come è oggi.
Quello che invece continua a lasciarmi perplessa nella filosofia di slow food è la cultura della 'tradizione', che se può andar bene per mantenere i vasconi in marmo per il lardo di colonnata secondo me non va bene a mantenere, che so, dalle mie parti, la tradizione della 'farinata con i bianchetti', non dimentichiamoci che la Liguria è l'ultima regione che continua ad autorizzare la pesca dei bianchetti perchè… 'tradizione' 
Quindi se da un lato trovo interessante che il problema 'sfruttamento delle risorse' stia a cuore anche ad ambienti che veramente possono modificare gli indirizzi di consumo solleticando l'idea del consumo ragionato, dall'altra diffido perchè penso che alla fine si continuino a fare gli interessi dei ristoratori che da materia 'pregiata' come il pesce hanno sempre guadagnato ben oltre il ragionevole, che può anche avere un senso, ma se parliamo di prezzi di mercato… io da sempre sostengo che il pesce (non al ristorante, ma al mercato) sia venduto ancora a prezzi troppo bassi per costringere ad un consumo ragionato. Contorta he? 
Certo che se si potessero insieme seguire progetti, loro con i fondi e noi con un punto di vista diverso…. sarebbe tanta manna… che dici facciamo la parte dei rompiscatole?? 
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15:09 15 marzo 2009
| Marco
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Il trend considerato buono è il sostegno alla piccola pesca. Dal nostro punto di vista è proprio quella che depreda le risorse costiere che più direttamente ci interessano.La tradizione è un fattore relativo nel senso che ( a partela motorizzazione e meccanizzazione, che non sono tradizionali) la pesca deve seguire una normativa che, almeno teroricamente, deve stabilire limiti allo sforzo applicato ed alle sue modalità. Dato questo per buono la pressione sulle abitudini di consumo è importatissima.
Le iniziative mediatiche tipo – non si serve pesce spada o tonno – sono ottime anche se possono rischiare di far dimenticare altre questioni. Viene da parlare di gestione della pesca anche se riferendosi a Slow Food dovremmo essere capaci di fare proposte realtive al solo consumo legandole a necessità di gestione ben individuate, e su questo siamo piuttosto a terra esclusi pochi casi noti (spada, tonno, bianchetto…).
Al di là dei giudizi su Slow Food, questa potrebbe essere un ottimo canale per portare avanti il discorso su determinate specie di pesci e determinati tipi di pesca.
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14:16 16 aprile 2010
| Piero49
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Vengo qui perché, da Pipam, Andrea mi ha fatto uscire, ed ha fatto bene.
Ho condiviso,anche attraverso una mia comunicazione telematica, questa sua scelta perché è coerente con il suo ruolo ed anche con la linea editoriale del forum. Anzi secondo me poteva decidersi anche prima.
Ma deve comunque essere chiaro che, da parte mia, esiste la più totale ed assoluta stima per Andrea perché capisco quanto sia difficile gestire i complessi equilibri culturali di un forum.
Pertanto dopo questa premessa potete farmi fuori, subito, anche voi.
Alcuni poi, mi sembra, conoscano una certa mia predisposizione a scrivere in assoluta libertà con la pretesa anche di assoluti e liberi contraddittori. E’ mio piacere vedere le mie idee confrontarsi con altre idee. Che per me significa la dialettica del ragionamento in sé, senza indagare su chi sia il ragionatore. ))
Ci sta comunque che mi killiate nell’immediato, e per questo faccio subito gli auguri a Beppe S. ,-)))
Siamo tutti perversi predatori e ci sta che mi killiate nel volo dei miei primi bit.
Caso mai autodisciplinati, ma rimaniamo predatori. )
Comunque incomincio. ))
Perché non riesco a stare senza scrivere di pesca ))
A modo mio, ovviamente. ))
Di certo scrivo di cose che forse avete già dibattuto, ma io vado di mio )) e ci sta che mi fermiate se ribadisco concetti già vostri. Indicatemeli e vado a leggermeli. ) e poi caso mai commento ,-))))
Incomincio da alcune righe selezionate dal protocollo di accettazione del forum.
Dunque.
La prima riga :<>
E spezzetto la frase )
<> ma <> è puramente per capire il riferimento alla frase virgolettata.
<> sa di dover dialogare con autodiscipline individuali perché l’autodisciplina è, per evidenza in sé del termine, la disciplina individuale che ognuno di noi assume dal momento in cui diventa adulto. E pertanto forse l’obiettivo è quello di trovare una disciplina comune tra tante autodiscipline, quante sono quelle degli aderenti al manifesto fondante di questa associazione.
Ma nel momento in cui Autodisciplina scrive e definisce comportamenti comuni diventa disciplina.
A questo punto sembra che l’idea promotrice dell’iniziativa “autodisciplina” esaurisca il suo compito.
Sembra, ma non è così, se l’obiettivo è quello di creare una mente comune in sintonia con tutte le individuali concezioni degli aderenti.
Un’ Autodisciplina collettiva, che sul piano logico sembra un controsenso, può diventare una mente comune, collettiva e autodisciplinata, e volare come fosse un’enorme cdc su tutte le acque. La pazzia della cultura della leggerezza che fa sentire tutti i pescatori, qualunque sia la loro tecnica di pesca, una sol mente che attribuisce all’idea racchiusa nella parola autodisciplina il dialogo privilegiato e prioritario tra la natura d’essere predatori e la natura delle prede.
Prima d’ogni legge umana, d’ogni regolamento codificato.
Anche se autodisciplina avrà un suo regolamento.
Forse il bisogno di ritornare bipedi preistorici per riprendersi il più silenzioso alfabeto che ebbe la sua origine con l’origine del nostro pianeta: l’alfabeto dei suoni, delle luci, delle ombre della natura. )
Ovviamente io mi tengo la mia preistoria, i miei silenzi e la mia autodisciplina e non aderisco ad Autodisciplina, e pertanto se volete potete spegnermi subito. Altrimenti, finchè durerò, parteciperò al forum.
Sono nei vostri bit come, fino a ieri, scrivevo in Pipam.
Adesso mi fermo. Le righe che voglio indagare sono più di una, questo è l’inizio, forse fuori tema e per questo vi do il tempo di cancellarmi, se lo ritenete opportuno. Ovviamente condividerò anche questa vostra scelta. ))
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14:27 16 aprile 2010
| Piero49
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Che tecnologia usate?
Mi killa i bit tra le virgolette, prima ancoar che si posino. E' il massimo anche per una cdc quando viene presa ancora prima che si posi sull'acqua.
In pratica non è comparso questo:
La prima riga – Autodisciplina.org è un portale dedicato alla tutela dell'ambiente e alla ricerca di un'etica di pesca -
E spezzetto la frase.
-Autodisciplina.org – ma -org- è puramente per capire il riferimento alla frase virgolettata.
-Autodisciplina – sa di dover dialogare etc..etc…
da qui in giù va bene.
Toste queste tecnologie.
,-)))
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10:24 17 aprile 2010
| Piero49
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Bene.
Adesso sono qui. )
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09:16 18 aprile 2010
| Piero49
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Dunque la frase
“Autodisciplina.org è un portale dedicato alla tutela dell'ambiente e alla ricerca di un'etica di pesca” dopo “Autodisciplina.org” si allarga su “un portale dedicato alla tutela dell'ambiente”
E qui incomincia il difficile.
Praticamente questa prima riga alza il tiro ad un livello alto, molto alto. Di difficoltà. L’ambiente in generale è tutto ciò che sta al di fuori di noi. In particolare soprattutto perchè gli aderenti ad Autodisciplina sono pescatori, il primo ambiente è la vita del fiume. Ed a stringere è “la vita”, perché il fiume esiste se vive. Ma, in questo caso, non è la vita secondo la concezione di un naturalista o di un ecologo, ma secondo l’immagine mentale che un pescatore si fa della vita del fiume. E un pescatore umano sa che il suo concetto di vita si capisce soltanto se si accompagna alla parola preda.
Quindi forse la tutela dell’ambiente deve intendersi il “dove vivono le prede” e ,dove, ovviamente anche le stesse prede sono ambiente. E la tutela di questo ambiente, per un pescatore, significa fare in modo che il sistema sia il più favorevole per arpionare un pesce. Sì noi pescatori “dilettanti” viviamo questa assoluta ed assurda contraddizione: tutelare l’ambiente per poter ottimizzare la possibilità di arpionare un pesce. E se si va ad arpionare un pesce, non c’è nella mente dell’arpionatore l’idea naturalistica di un pesce. C’è il piacere della preda.
Il piacere d’ogni animale pescatore, uomo compreso, che forse già si accompagna al gusto del cibo.
E tra gli umani ci sono pescatori per vivere e pescatori per divertirsi.
Cittadini che per vivere fanno altro e per divertirsi vanno a pescare. I pescatori professionisti, ragionano in termini di protezione del mercato del pesce e della tutela delle generazioni che nel tempo dovranno fornire cibo per le tavole che verranno.
Ma è un atteggiamento soltanto di noi pescatori dilettanti, quello di cercare motivazioni che ci liberino dall’immagine di essere i protagonisti di un atto cruento che può diventare assurdo.
Mangiamo quasi tutti il pesce, come qualsiasi animale. Lo comperiamo, noi stessi pescatori dilettanti, da altri che lo hanno pescato per noi o andiamo al ristorante dove mangiamo pesce che il ristoratore ha comperato da un pescatore e questo non ci stupisce neanche. Molto meno che inorridirci. Mentre se siamo noi a pescare il pesce che mangiamo impazziamo, ci autoflagelliamo, scateniamo crociate di assurde filosofie.
E non è perché l’ambiente non consenta di pescare, ma c’è tempo per scrivere di questa cosa.
Ovviamente la parola ambiente, che noi pescatori dilettanti usiamo, spesso, in modo indefinito, sarebbe meglio precisarla di più. Forse: l’ambiente delle nostre prede.
Sarà questa nostra attenzione a conservarci le prede che forse dilata la percezione oltre quelle del pescatore perchè ogni pescatore sa che, se intanto sta alle regole del suo fare pesca, contribuisce anche all’altro ambiente: quello del fiume di tutti.
Ma deve rimanere prioritario, il comportamento di pescatore perché, se questo si realizza, in un certo modo il vantaggio che cerchiamo per poter continuare ad arpionare prede apparterrà a tutti gli altri frequentatori del fiume, umani e non.
E adesso, il commento successivo che verrà è difficilissimo 
In Pipam pochissimi volavano sui miei post, ma era difficile contarli, qui è facile contarli.
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09:21 18 aprile 2010
| Piero49
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13:32 18 aprile 2010
| Piero49
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Dunque.
Siamo alla parola “etica”.
Questa prima frase “Autodisciplina.org è un portale dedicato alla tutela dell'ambiente e alla ricerca di un'etica di pesca” , chiude con :”…e alla ricerca di un’etica di pesca”
Etica.
Semplifichiamo. Traduciamo.
L’elgante parola “etica” avvolge d’eleganza l’indigesta parola, che non è mai al singolare:regole.
Regole codificate.
Quanti disastri hanno prodotto tante etiche umane.
Eppure le linee guida sono sempre rassicuranti: libertà, amore, eguaglianza, fratellanza, umiltà etc.
Addirittura frasi assolute: lo vuole dio.
Esagerato scomodare questa introduzione se siamo pescatori dilettanti?
Forse.
O forse no, se indaghiamo sul metodo.
Il metodo dell’indagine che definisce un’etica non cambia in fuzione dei contenuti che si esplorano.
Il gioco dei bambini, è una prima scuola di regole.
E’ un gioco, un contenuto giocoso, divertente, innocuo: così sembra.
Ma giocando il bambino impara regole, modi di comportarsi: l’etica.
L’etica di Autodisciplina definisce la relazione aggiungendo la parola pesca.
Il senso del relativo, anche se i principi di libertà, amore , eguaglianza sono le stesse di tutte le etiche, anche le più ardite che coinvolgono la vita civile di popolazioni umane.
Pescatori dilettanti per un’etica che non può essere luogo di diletto.
Etica di pesca che vuole un divertimento consapevole.
L’etica, come ogni altro atto dell’uomo, nasce comunque come luogo della mente. Lo stimolo è esterno, ma la sua interpretazione appartiene alla mente ed è pertanto soggettiva. Scrivere regole significa mettere d’accordo soggettività mentali. Nel vivere civile le regole si attingono dalla storia del pensiero filosofico, teologico e scientifico: le elaborazioni mentali dell’ambiente. E l’ambiente del vivere civile nell’arco dei millenni ha assunto la connotazione di ambiente sempre più artificiale.
L’ambiente civile, anche se non si accorge più della sua dipendenza dalla natura, oggi ha le connotazioni di luoghi virtuali da terzo millennio.
E l’ambiente di noi pescatori?
Non è l’ambiente del terzo millennio.
E’ il fiume nella sua evidenza che, anche se molto insultata, non smette di scorrere come natura millenaria.
A differenza delle regole civili che adattano le relazioni umane al mondo virtuale dell’oggi ed usano concetti molto elaborati della speculazione filosofica, le regole di noi pescatori dilettanti sanno di poter leggere regole prima dei codici moderni.
L’etica sul fiume è scritta sull’acqua del fiume.
Si può, anche condire con speculazioni moderne, ma non si può, non si deve non porre al vertice dell’indagine la dimensione naturalistica del regolamento che si vuole scrivere.
E la prima regola del fiume è il totale rispetto della vita.
E la strategia che il fiume ha definito, dallo scorrere della sua prima goccia, è quella che pone in equilibrio prede e predatori. Ed il metodo, in natura, è uno solo: la preda è cibo.
Soltanto cibo.
Se non è cibo, è vita inviolabile.
Mentre scrivo, il tg3 fa scorrere un servizio su una gara di pesca in Orco. Il commento pone cacciatori e pescatori sullo stesso piano. Questa è l’evidenza della natura. Una preda non cambia se chi la cattura è cacciatore o pescatore. Quindi intanto non è etico, secondo natura, e non per il servizio del tg3, sostenere che il pescatore, poiché punge e può rilasciare, non manipola prede. Perché se si persegue la differenza tra cacciatori e pescatori con questa interpretazione il pescatore diventa l’unico che può esercitare crudeltà aggravata dal soltanto per divertirsi.
Certo che si può speculare sul piano intellettuale su questa elementare ma fondante regola della natura del fiume, ma cosa si inventa?
Il nokill.
Il fiume virtuale del terzo millennio.
Ma, se non ho letto male, Autodisciplina ragiona non attorno al fiume del terzo millennio.
Fine prima puntata sull’etica.     
Il bello di questo forum è il piacere della solitudine.
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13:41 18 aprile 2010
| Piero49
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| Junior | messaggi10 |
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"Quindi intanto non è etico, secondo natura, e non per il servizio del tg3, sostenere che il pescatore, poiché punge e può rilasciare, non manipola prede."
Meglio.
Al posto di "non malipola" forse: manipola le prede in modo diverso.
PS i calcoli, che precedono l'invio" sono sempre facili addizioni, oppure, a seconda dell'autore del post, si possono trovare anche integrali ? 
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09:19 19 aprile 2010
| Laura
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| Junior | messaggi95 |
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Ciao Piero,
non ho tempo ora di leggere tutto, due cose di 'disciplina':
- Resisti alla tentazione delle faccine altrimenti qui vengono pallini gialli a josa
- Non mettere troppa carne al fuoco tutta insieme.
Detto ciò secondo me potremmo spezzettare il discorso (quale??? Mah) in vari capitoli, ti suggerisco la traccia
- Definizioni – questo è argomento delicato e che è la base di qualunque teoria. Dai una definizione sbagliata e il sistema crolla…
- 'Auto' disciplina come mente comune
- Sopra o sotto? E' indifferente nel momento in cui si fa disciplina
- Le risorse – Diritti di accesso, sfruttamento, valorizzazione economica.
Ora faccio come te: il vento delle piume mi porta altrove. Fai i compiti che appena posso leggo. Ma uno solo alla volta ed eventualmente aggiungi ai 4 punti quello che manca (risparmiamoci la cultura di pesca tanto siamo in 4 a capire di cosa stiamo parlando)
Buon lavoro 
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12:32 19 aprile 2010
| Piero49
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| Junior | messaggi10 |
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L’etica 2 è quella che, secondo me, è scritta sull’acqua del fiume.
Ma e’ scritta forse in modo non diretto, perchè prima vanno definiti scenari.
Ed è un codice non scritto che forse il fiume vorrebbe fosse scritto da lontre, gabbiani e cormorani.
Ma, per ovvi motivi, il fiume deve rassegnarsi che, a scriverlo, siano gli umani.
Forse al fiume non spiace che, comunque a scriverlo, siano, tra gli uomini, quelli più vicini al fare di un cormorano: i pescatori.
E per questo forse Autodisciplina 2008 non sarà malvista dal fiume.
Scrivere il vocabolario, non simbolico, del fiume è un percorso pieno di trappole e forse la prima è costituita dal vocabolario dei privilegi del nostro terzo millennio. I pescatori del terzo millennio corrono il rischio d’essere figli, non del fiume, ma soltanto di elaboratissime speculazioni intellettuali caso mai tendenti al virtuale.
Forse il fiume vuole pescatori alle origini dei millenni.
Non per azioni, il loro fare pesca, ma per capacità di comprendere come fare pesca.
E tutti abbiamo letto questa pagina di fiume.
Lontre, gabbiani e cormorani predano e lo fanno per vivere, non per divertirsi, anche se caso mai si divertono, ma se l’equilibrio prede e predatori si altera, i numeri delle specie del sistema saranno riequilibrate, in funzione di quanti predatori per quante prede. Tradotto: tra gli umani, se a decidere fosse la natura, oggi, vieterebbe la pesca. E a ripartire, se fosse sempre la natura, deciderebbe per ogni tratto di fiume quanti pescatori per quante prede, ma con la stessa “etica” di lontre, gabbiani e cormorani.
Il fiume poi, non pone gli animali che pescano, uomo compreso, in una categoria a parte di predatori. In pratica non usa due verbi – pescare e cacciare – ma vede soltanto chi preda e chi è predato. E’ l’uomo che ha distinto, in funzione degli strumenti usati e la gravità dei traumi delle prede, le due azioni, e forse questa distinzione ci ha confusi. Ma la natura non distingue perché la natura esiste in funzione di flussi d’energia che, o ci sono, o non ci sono. In altre parole o si è vivi o si è morti. E nella morte per predazione alimentare la vita di un essere fluisce in quella di un altro. Quindi non si può giocare con la vita: o è cibo o non si sfiora neanche.
Eccellente il servizio del Tg3 sull’orrore del pescare per divertirsi. Ma anche utile una riflessione che suggeriva il fiume anche come risorsa socioeconomica per l’indotto produttivo che supporta la pesca.
E adesso l’ultima cosa, l’indotto produttivo, che il fiume forse ha incominciato a suggerire da quando si è accorto di almeno due realtà.
La prima, quella delle quantità, non più in equilibrio, da un lato di predatori supportati da tecnologie , i pescatori umani, e dall’altro le prede debolissime, prive d’ogni tecnologia e assolutamente indifese.
La seconda che non poteva usare le sue strategie di selezione naturale per riequilibrare prede e predatori.
Forse avrà creato una buca naturale, che con un po’ di siccità si sarà trasformata in vasca: l’allevamento dei pesci.
Tre scenari: pescare soltanto per bisogni alimentari, al limite anche soltanto per regalare pesci ad amici; viversi come predatori senza la distinzione di pescatore o cacciatore; dare al fiume la popolazione di prede che non potrà mai più avere.
Forse serve, prima di elaborare regole, ragionare su scenari – le pagine che si possono leggere soltanto in riva al fiume – ma forse per tradurle bisogna essere allevati dal fiume ed essere contadini.
Senza scenari non si scrivono regole concrete. Senza l’uomo della terra, che vive in ognuno di noi, non si scrivono regole concrete. Senza la gente del fiume che vive in ognuno di noi non si può leggere l’etica del fiume. Forse dobbiamo imparare ad ascoltare le voci che emergono dal passato. Quando si viveva e moriva di natura.
Da millenni il fiume usa il vento per prenderci la mano e farci scrivere le parole del suo vento. E c’era quasi riuscito con le piume nel vento, la pesca a mosca, prima che qualcuno riaffondasse tutto reinventando larve per farfalle.
PS Beppe S. Carlin, Farinetti sono gente di fiume e promuovono stupende culture alimentari anche di pesca e sono gli artefici di Terra Madre.
Ciao Laura. Chi è nel vento prima o poi prende la ventata giusta e si ritrova.
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12:52 19 aprile 2010
| Laura
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| Junior | messaggi95 |
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- Equilibrio tra prede e predatori. Non è sufficiente. Forse il fiume troverebbe modo di stare in equilibrio anche con pescatori e cormorani se fosse se stesso. Invece è costretto ad essere altro: discarica abusiva, canale in cemento, riva nuda… etc etc. Queste tu le chiami le ragioni della collettività. Non mischiare le parole ed i concetti. Facciamo analisi. I vortici di piume lasciamoli sull'acqua, il nokill (zona in cui si è obbligati a rilasciare i pesci catturati) per ora mettiamolo da parte e dimentichiamolo. Facciamoci portare dal fiume… cosa serve al fiume per vivere? Cosa occorre fare al fiume per renderlo compatibile (in maniera che il giovamento sia ragionevolmente reciproco) in realtà antropizzate?
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13:53 19 aprile 2010
| Piero49
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| Junior | messaggi10 |
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Carissima Laura, al volo, perché devo andare.
“Equilibrio tra prede e predatori. Non è sufficiente.”
Certo. Non lo sarà mai più. E non scrivo più perché. Come il fiume, che scorre nel mondo ricostruito dall’uomo, non sarà mai più, o almeno fino all’estinzione dei sapiens, “se stesso”.
“Le ragioni della collettività” sono comparse dal momento in cui la nostra specie, da nomade, si è trasformata in stanziale. Ha occupato la natura di un territorio ed ha messo in atto tecnologie di sopravvivenza. L’agricoltura è quella che per millenni ha dialogato con la natura, e ancora adesso sé è attenta alla natura e la chiamano agricoltura biologica, riesce a dialogare. Ma è necessario, anche per i nostri fiumi, che non saranno mai più “se stessi” , che lo scenario attinga dall’agricoltura le risorse per continuare a scorrere con cicli di vita dignitosi. E questo proprio per l’altissimo impatto delle squilibrate frequentazioni umane, dalle “ragioni della collettività” alle ragioni dei pescatori dilettanti.
“Non mischiare le parole ed i concetti.”
Come faccio? Le parole sono concetti. Forse tante parole èpossono diluire un concetto, ma se ci capiamo e troviamo accordi i concetti devo diventare parole. L’aspetto relazionale di un concetto è la parola. Come faccio ?
Facciamo analisi. Io cerco di fare analisi . Anche se ognuno di noi le ha già fatte di suo. E se raccontiamo altro forse bracconiamo.
“I vortici di piume lasciamoli sull'acqua, il nokill (zona in cui si è obbligati a rilasciare i pesci catturati) per ora mettiamolo da parte e dimentichiamolo.” Sono comunque il fulcro del dibattito.
“ Facciamoci portare dal fiume… cosa serve al fiume per vivere?” Forse che sia gestito da chi ha la cultura della terra.
“ Cosa occorre fare al fiume per renderlo compatibile (in maniera che il giovamento sia ragionevolmente reciproco) in realtà antropizzate? “
L’uomo è da millenni che usa l’agricoltura ed è l’unica strategia che si è affermata e che sovrasta ancora adesso, con i suoi ritmi, la sua etica – leggasi Carlin Petrini sulla Stampa di ieri – il mondo delle tecnologie metropolitane. Gli scandali delle banche, il crollo del mondo delle imprese, i ritmi dei lavori virtuali. E’ il forte legame tra l’uomo e la sua terra, vissuti da professionisti della terra.
Contadini, raccoglitori, cacciatori o pescatori questi sono i professionisti del terzo millennio.
Vai Laura di tuo. Non sarà mica come ho scritto? Vai di tuo.
Ciao
PS non riletto.
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08:35 20 aprile 2010
| Piero49
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Un invito di Autodisciplina potrebbe essere : che sul fiume il pescatore vada con il cestino.
Un segnale culturale preciso: il cestino.
Un pescatore consapevole del suo essere pescatore e soprattutto del suo ruolo di predatore. Non uno sportivo, non uno che può permettersi qualsiasi azione, non uno che sta passando del tempo, ma la sua impronta umana più pesante di quella di un cormorano.Che soltanto una superficiale visione può rappresentarlo come uno che sta sul fiume per consumare il suo tempo libero, per divertirsi. Il piacere di pescare che è divertimento ha lo stesso significato dei piaceri collegati ai comportamenti fondamentali della vita come il nutrirsie, la sessualità e la difesa del proprio territorio.
La genetica usa la strategia del piacere e del divertimento per farci compiere senza fatica i comportamenti fondamentali per vivere e sopravvivere.
Pertanto un cestino che potrà tornare a casa anche vuoto, anche se vorrebbe la sua o le sue prede.
Il peso del cestino caso mai rinforzato dal pesco di una o più catture è la bilancia individuale del concetto di equilibrio ambientale, è la misura di quanto la pesca sia, per cultura ovvero per modo di fare, un atto inscindibile dal fare inconsapevole di qualsiasi altra specie di predazione.
Il cestino come fortissimo legame tra l'uomo e la natura.
Ma anche e soprattutto il cestino come prima parola d'ogni vocabolario d'etiche.
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23:22 28 aprile 2010
| valvise
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Son tornato ..non è che sia mai scappato ..ma piro e qua e allora lo leggo qua …anche se è un pò Talebano ..io il ec'è l'ho sempre dietro solo che contiene le scatole delle mosce ed i finali
ciao a tucc' valerio
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