Disastro sul Fiume Brenta
Sembra imputabile ad una semplice dimenticanza quella che farà di domenica scorsa una giornata da dimenticare per il fiume Brenta. Errori umani e siccità, infatti, hanno causato l’azzeramento totale della portata d’acqua in un lungo tratto del fiume che va dal Ponte della Vittoria a Bassano fino a Friola di Pozzoleone ma che arriva probabilmente più a sud, nel Padovano, con danni ambientali incalcolabili. La conseguenza, secondo gli esperti, è la totale distruzione del patrimonio naturale, con la morte di cavedani, trote marmorate e temoli insieme alle migliaia di uova depositate in questo periodo di riproduzione, vanificando anni di lavoro sul fronte del ripopolamento.
La causa del disastro sembra sia stato un “buco” nel sistema di comunicazione tra gli enti che regolano la portata del fiume. Il centro di Polpet, nel Bellunese, che dal 2004 sovrintendere al controllo di delle centrali idroelettriche, domenica mattina ha riscontrato la rottura delle turbine della centrale “Cavilla”, a Cismon, ma non ne avrebbe dato comunicazione a valle affinché si intervenisse aprendo rogge e canali. Il Consorzio di bonifica, a quanto pare, sarebbe stato informato casualmente da una guardia fluviale, ma quando è riuscito ad intervenire il danno ormai era fatto.
«Abbiamo contattato diversi dirigenti del centro bellunese – commenta Rolando Lubian, presidente del Bacino acque fiume Brenta – e si sono dimostrati dispiaciuti, ma questo non basta e la cosa non può finire qui. Bisogna adoperarsi affinché tali disastri ambientali, perché è di questo che si tratta, non di ripetano. Bisogna responsabilizzare il personale incaricato e dobbiamo sottoscrivere un protocollo di intesa sulla comunicazione che tenda a salvaguardare il fiume nei momenti di siccità, come quello che stiamo vivendo».
Il danno non è solo economico ma soprattutto ambientale. Il Bacino Acque investe oltre settantamila euro l’anno in operazioni di allevamento e semina ittica di marmorate per il ripopolamento ma il vero problema è rappresentato dal fatto che la maggior parte dei pesci morti appartengono alla fauna naturale. Si tratta di specie rare e preziose che potranno ripopolarsi solo nell’arco di molti anni.
«Il danno è notevole, è innegabile – dichiara Stefano Salvati, ittiologo della Provincia di Vicenza dopo un sopralluogo tecnico – La cosa che colpisce e preoccupa è l’estensione della zona rimasta in secca. Ci sono già stati altri episodi di asciutte temporanee nel Brenta, ma mai di questa ampiezza. Dobbiamo ancora fare tutti i gli accertamenti e il danno esatto non è ancora quantificabile con precisione.
«Da quanto abbiamo potuto appurare finora – prosegue Salvati – l’asciutta ha interessato un lungo tratto di fiume di interesse comunitario e particolare pregio ambientale, tutelato dalla Comunità europea con la direttiva “Habitat”, il che aggrava ancor più il problema. La domanda a questo punto è una: chi pagherà i danni?».
Francesca Cavedagna
Fonte: Il Giornale di Vicenza